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Omelie 2014 di don Giorgio: Commemorazione di tutti i fedeli defunti

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2 novembre 2014: Commemorazione di tutti i fedeli defunti
2 novembre: Giorno dei morti, così si diceva una volta. Un’espressione popolare che diceva tutto: il nostro dovere di ricordarli, e il nostro confronto, volere o no, con la realtà della morte. La parola defunto è tecnica: riguarda una funzione, che con la morte ci viene tolta. Il de-funto (de- è negativo) è colui che è sciolto dagli impegni della vita, visti anche come travagli, sofferenze, dolori.
Il culto dei morti è antichissimo, come l’uomo. Già dire culto è dire qualcosa di sacro, anche se non è altrettanto antica la fede nell’immortalità dell’anima. Il defunto veniva ricordato per quanto aveva fatto, e per gli affetti o quel mondo di sentimenti o di amicizie che si erano creati quando era in vita. I sentimenti non muoiono più: sono immortali, e duri da morire sono i risentimenti o gli odi. L’uomo ricorda, e lascia ricordi.
Il culto presupponeva la fede nei puri sentimenti che non muoiono mai, e a testimonianza di questa fede i corpi venivano anche imbalsamati, come perenni contenitori di ciò che di più bello c’era stato in vita, tesori da salvare, segreti inviolabili.
Poi, quando dopo millenni si è presa coscienza che forse c’era un al di là, dove l’anima sopravviveva, il corpo del defunto ha perso la venerazione, tranne per i personaggi famosi, pensate ai faraoni, per i quali si costruirono templi e piramidi, e tranne per i santi, per i quali la Chiesa ha venerato il corpo, facendone reliquie. Idolatria cadaverica!
Eppure nella Bibbia c’è scritto ben chiaro: «polvere tu sei e in polvere ritornerai!”. La cremazione è la prova che siamo polvere. E anche se non ci faremo cremare, tutto tornerà alla terra, dalla quale siamo venuti. I vestiti saranno i primi a decomporsi. Giobbe, dopo le disgrazie che lo avevano colpito, si alza, si straccia il mantello, si rade il capo, cade a terra, si prostra e dice: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò». Sant’Ambrogio, commentando l’episodio di Nabot, ucciso dal re Acab per sottrargli la sua vigna, commenta: «La natura non fa distinzioni tra gli uomini, né al momento della nascita né in quello della morte. Tutti allo stesso modo li genera; e tutti, allo stesso modo, li riceve nel seno del sepolcro. Puoi forse stabilire delle classi tra i morti? Forza, scava nei sepolcri, e vedi se ti è possibile distinguere il ricco. Dissotterra una tomba, e vedi se riesci a riconoscere il bisognoso. Forse è possibile fare una distinzione, solo perché, insieme con il ricco, sono molte più cose a imputridire… ».
Avremmo tanto da meditare su queste parole! Papa Francesco, in uno dei suoi primi discorsi ha ricordato un antico detto: «La mia nonna ci diceva: “Bambini, il sudario non ha tasche”». E ha aggiunto: «È meglio condividere, perché noi portiamo in Cielo soltanto quello che abbiamo condiviso con gli altri».
Basterebbe cercare di fare le cose giuste, nel nostro piccolo, finché siamo su questa terra, una terra che, se è il grembo materno da cui proveniamo, è talora anche una continua maledizione. Contesa, e divisa ingiustamente. La terra ci dà la vita, e ci dà la morte. Una morte che talora ci procuriamo con le nostre stesse mani. Per quella ingordigia che è la vera causa di tutti i mali: furti, invidie, omicidi.
Sì, basterebbe fare le cose giuste, ciascuno nel proprio piccolo. Pensate ad esempio alle eredità familiari. Una volta i parroci insistevano su questa cosa, invitando i genitori ad essere giusti quando facevano i cosiddetti testamenti ereditari.
Conosco persone che rifiutano di andare al cimitero a mettere un fiore sulla tomba dei genitori, perché questi hanno fatto cose ingiuste. I figli non sono tutti uguali? Perché fare preferenze?
Il ricordo più bello dei nostri cari è la loro vita di sacrificio, di dedizione, di altruismo, di generosità, di silenzi d’amore, di doveri portati fino all’estremo delle forze. I difetti – chi non ce li ha? – vengono dopo: anzitutto, c’è quel bene di fondo che costruisce, commuove, insegna. È bello sentir dire: “Mio padre o mia madre mi ha insegnato questo e quello! Sarò sempre riconoscente!”. E a noi il compito, il dovere di trasmettere questi valori ai figli, alle nuove generazioni. È una catena che non deve mai interrompersi.
Quando vado a visitare i cimiteri, mi piace leggere le iscrizioni sulle tombe. Ce ne sono di interessanti. Soprattutto sulle tombe vecchie, dove le parole si stanno logorando, e si fa fatica talora a leggerle. Sulla tomba di un prete, parroco a Barzanò tra le due guerre mondiali, don Carlo Bedoni, c’è ancora scritta in latino questa frase: “Maxima cum intelligenti charitate non ficta pro Christo pro grege cursum consumavit”. Traduco: “Ha speso la sua vita con la massima carità, intelligente e non falsa, per amore di Cristo e del suo gregge”. Mi piacciono i due aggettivi: intelligente e sincera che qualificano la charitas, che è qualcosa più di ciò che noi chiamiamo amore. La parola charitas richiama qualcosa di nobile, di elevato, di soprannaturale, di divino. L’amore per il Signore e per il prossimo deve essere intelligente e autentico.
Certamente nessuno di noi vorrebbe che qualcuno scrivesse sulla propria tomba ciò che un anonimo ha messo sulla lapide del cardinale Richelieu: “Qui giace un famoso cardinale, che fece più del male che del bene: il bene che fece, lo fece male; il male che fece, lo fece bene”.
Il cimitero non è solo il luogo dove riposano i nostri morti. La parola “cimitero” significa “dormitorio”. Ma è anche un richiamo alla morte: siamo tutti mortali; nessuno deve credersi eterno. Prima o poi lasceremo questa terra. Dimentichiamo che siamo dei pellegrini, viandanti. È interessante notare il significato della parola “parrocchia”: deriva dal greco paroikìa, divenuto in latino paroecia, e significa “vicino alla casa, chi non è della casa”: indicherebbe, in tal senso, lo straniero residente tra i cittadini del luogo. Abramo è paroikos in Egitto; anche i figli di Giacobbe formano una paroikìa in Egitto. Al tempo di Gesù gli ebrei hanno ancora coscienza di formare una paroìkia, cioè una comunità di stranieri in cammino. Nel Nuovo Testamento rimane questo significato: «Noi non abbiamo quaggiù una città nella quale resteremo per sempre; noi cerchiamo la città che deve venire ancora» (cf. Eb 13,14). Le prime comunità cristiane sapevano che la loro patria definitiva era il cielo: «Carissimi, voi siete come stranieri e pellegrini in questo mondo» (1Pt 2,11).
Vorrei anche parlare di un altro aspetto. Lo accenno. Se la vita è un passaggio, la morte che cos’è? Come dobbiamo vederla e viverla negli ultimi istanti del nostro pellegrinaggio? I santi desideravano quasi morire per andare a raggiungere al più presto il loro Dio. Che senso ha vivere male la morte? Che senso ha prolungare l’agonia, quando non c’è più vita biologica? Una volta non c’erano i mezzi tecnologici di oggi che, se possono essere anche positivi, talora diventano disumani.
Prolungare la morte oltre il lecito che è stabilito dalla legge naturale, è disumano, non rientra nel volere di Dio. Il Signore non ama vederci soffrire, ma ci aspetta nelle sue braccia, quando è arrivato il nostro momento, e il momento è stabilito dalla natura, non dalla tecnica che può prolungare per anni e anni una esistenza che non è più esistenza, ma una apparenza di esistenza.
Io sono per il testamento biologico: decido prima se voglio morire senza accanimento terapeutico. Anche qui la Chiesa dimostra di essere ottusa. I nostri vecchi erano più saggi: negli ultimi istanti rifiutavano di mangiare e di bere. Anche voi avrete sentito queste frasi: “Non ha più voluto né mangiare né bere! Se ne è andato così!”. E perché allora si deve insistere nell’imporre l’idratazione e l’alimentazione come se fossero sostegni vitali irrinunciabili?
È già difficile talora vivere serenamente, ma perché devono costringerci a morire male? Immaginate ciò che potrebbe capitare all’uomo in futuro: se la tecnologia riuscisse a tenerlo in stato vegetativo per duecento anni, che sarà dell’umanità?
Quando arriverà la nostra ora, e sarà la natura a deciderlo, non la tecnologia con le sue macchine, andremo nell’aldilà con la gioia nel cuore. Non siamo forse qui pellegrini? Perché allora ritardare la nostra meta oltre i limiti stabiliti dalla natura umana?


Omelie 2014 di don Giorgio: Festa di Cristo Re dell’Universo – rito ambrosiano

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9 novembre 2014: Festa di Cristo re dell’universo
2Sam 7,1-6.8-9.12; Col 1,9b-14; Gv 18,33c-37
La festa di Cristo Re conclude l’anno liturgico. Domenica prossima, per noi di rito ambrosiano inizierà l’Avvento.
Qualche accenno storico. Chi diede il primo impulso fu Leone XIII nel 1899, quando stabilì la consacrazione universale degli uomini al Cuore di Gesù. Venne più volte chiesto al papa di istituire una festa liturgica per tutta la Chiesa. E così avvenne, ma solo nel 1925, quando Pio XI con l’enciclica “Quas primas” istituì una festa particolare e propria in onore di Cristo Re. Non è da escludere che a spingere il papa sia stato il proliferare di regimi totalitari. La festa di Cristo Re doveva essere una dichiarazione del primato di Cristo su ogni totalitarismo. Non dimentichiamo che proprio nel 1925 il nostro Benito Mussolini istaurava la dittatura in Italia, dopo un contestato successo alle elezioni politiche del 1924.
A parte l’origine storica della festa, ci chiediamo che significato dare oggi a certe espressioni che sembrano aver perso ogni significato: che senso ha parlare di regno, di re, di regalità, quando oramai le monarchie, tranne poche eccezioni, pura coreografia che dà interesse agli amanti del gossip, non esistono più, per fortuna, e al loro posto sono subentrate le cosiddette “democrazie” di partecipazioni popolari?
Che significa parlare di primato di Cristo sul mondo? Non è pericoloso, almeno ambiguo, parlare di supremazia, come se la nostra fede in Cristo fosse superiore a qualsiasi altra religione?
Noi cattolici ci siamo sempre sentiti superiori agli altri, tanto è vero che la Chiesa vuole sempre dire l’ultima parola, anche in politica. E condiziona certe scelte del governo, quando si tratta di valori che lei giudica non negoziabili. Ma sono proprio così intoccabili? Ma lo Stato non dovrebbe concedere i diritti civili a tutti, indipendentemente dalla razza e dalla religione? Anche gli extracomunitari irregolari hanno dei diritti civili. Anche i carcerati più criminali. E poi li neghiamo alle persone solo perché non sono in regola con la morale della Chiesa?
Se voi sentite gli interventi dei vescovi, tirano sempre in ballo Cristo, come se Cristo non fosse venuto per avvicinare i lontani, per portare la salvezza a tutti. Per accostarsi alle persone che vivono in difficoltà o in situazioni particolari, non si lanciano prima le scomuniche o gli anatemi, non si mettono dei paletti così da escluderli a priori. Il primato di Cristo sulla storia non è il primato della Chiesa sulle coscienze. Cristo è venuto per liberare le coscienze dalla schiavitù di una religione, quella ebraica dei suoi tempi, che aveva messo sulle spalle della gente pesi così enormi da schiacciarla: ovvero leggi inutili, divieti assurdi, invertendo la gerarchia dei valori: prima il sabato, cioè la legge, poi l’essere umano. Cristo disse esattamente il contrario: prima l’essere umano, poi il sabato, ovvero la legge. La legge è al servizio dell’essere umano, e non viceversa.
Già l’ho detto: fin dall’inizio del cristianesimo, la Chiesa si dimenticò delle parole di Cristo, e diede più importanza alla legge, cadendo in quelle mostruosità di vedute della religione ebraica che Cristo aveva condannato.
Dire primato di Cristo, significa rivendicare il suo pensiero, le sue parole, i suoi gesti. Si aprono i Vangeli, e si vede ciò che è scritto. I Vangeli secondo Marco, secondo Matteo, secondo Luca e secondo Giovanni, e non secondo la Chiesa cattolica.
Nel secondo brano della Messa, san Paolo parla di conoscenza, di sapienza e di intelligenza nei confronti del volere di Dio, che è Gesù Cristo. Gesù è venuto per rivelarci il volere del Padre. Anche la parola “volere” è ambigua, e proprio a causa della sua ambiguità si è fatto di tutto per chiamare come volere di Dio ogni porcata umana. Quante volte i superiori impongono le loro volontà, come se fossero volere di Dio.
Ma che significa volere di Dio? È il suo disegno sul mondo. Un disegno misterioso, da scoprire, e non da imporre come se fosse già tutto chiaro. Una volta mi è uscita un’espressione forse poco diplomatica nei riguardi del cardinale Giovanni Colombo, che come sapete, ha avuto il compito difficile di essere vescovo di Milano negli anni della contestazione. In un colloquio che ebbi con lui, gli dissi: “Eminenza, scusi: neppure voi cardinali avete lo Spirito santo in tasca!”.
Ecco, ciò che non sopporto nei vescovi è la loro presunzione di ritenersi illuminati da Dio, solo per il fatto di avere una carica. Sono vescovo, perciò io sono illuminato, e tu devi obbedire alle mie parole, che sono illuminate.
Il volere di Dio non è imposizione di qualcosa. Dio ha un bel disegno da realizzare: tocca a  noi fare la nostra parte, nel posto in cui ci troviamo, con le doti che abbiamo, con la  nostra intelligenza, con la nostra fede in questo o in quel dio. Alla fine, ogni credenza religiosa porta allo stesso Dio, se questo Dio non viene tirato con forza da una parte o dall’altra.
Se noi crediamo che il Dio di Gesù Cristo è il vero Dio, dovremmo anche credere che il Dio di Gesù Cristo non è di esclusiva proprietà di questa o di quell’altra religione. Martini disse, sbalordendo il mondo: “Dio non è cattolico!”. Intendeva dire: della religione cattolica. Aveva perfettamente ragione. Dio è superiore a qualsiasi religione. Altrimenti, come potrebbe essere universale? Se la parola “cattolico” è da intendere nel suo significato di ”universale”, allora diciamo pure che Dio è “cattolico”, ma non della Chiesa cattolica. La Chiesa ha il compito di annunciare il messaggio di Cristo che è universale: ecco come va intesa casomai la sua regalità sull’universo.
San Paolo, inoltre, nel brano di oggi, parla di un mondo di tenebre e di un regno di luce e di amore. Il regno abbraccia l’universo, che non ha limiti umani. Anche se la Chiesa si estendesse su tutta la terra, la terra è solo un granello dell’Universo. Siamo particelle, e forse meno, di qualcosa di infinitamente grande.
Pierre Teilhard de Chardin, grande e discusso filosofo francese, nonché gesuita, in una conferenza tenuta a Parigi il 27 febbraio 1921 ha detto:
«E ora chiediamoci, Cristo stesso chi è? Aprite le scritture nei passaggi più solenni e autentici. Interrogate la Chiesa nelle sue convinzioni più essenziali. Voi imparerete ciò: Cristo non è un accessorio in più aggiunto al Mondo, un ornamento, un re come lo consideriamo, un proprietario. Egli è l’alfa e l’omega, il principio e la fine, la pietra delle fondamenta e la chiave di volta, la Pienezza e colui che sazia. È colui che dona consistenza ad ogni cosa e la conduce a compimento.
Verso lui e attraverso lui, Vita e Luce interiore del Mondo, si attua, nel pianto e nella fatica, l’universale convergenza di tutto lo spirito creato».
Vedete: la cosa veramente disumana e blasfema è fare di noi uno strumento al servizio di una struttura, politica o religiosa. In noi c’è l’Universo intero. Nessuno potrà togliercelo.
Dire che Cristo è in noi solo come grazia o misericordia divina è una visione riduttiva di Cristo. Ciascuno di noi, che lo voglia o no, è “costituzionalmente” cristiano. E l’Universo è costituzionalmente cristiano. Volere o no tutti e tutto convergiamo verso il Cristo cosmico, universale, totale, che è la realizzazione delle nostre energie migliori, anche con la presenza dei nostri limiti e perfino del male.
Durante la festa della Trasfigurazione del 1923, Pierre Teilhard de Chardin si trovava nel deserto cinese Ordos, in prossimità della Mongolia, a motivo delle sue ricerche scientifiche. Essendo impossibilitato a celebrare la messa, meditò sull’irradiazione della Presenza eucaristica nell’universo. Scrisse: «Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del mondo».
Trovo conforto in queste parole. La Messa migliore è quella che ciascuno di noi, sacerdoti del cosmo, celebriamo in ogni istante della nostra vita. Che abbiamo o non abbiamo a disposizione il pane e il vino, non importa, così pure poco importa se noi preti possiamo o non possiamo celebrare le Messa tutti i giorni: la vera Messa è quella che si celebra “sull’altare della Terra totale”.

Omelie 2014 di don Giorgio: Prima Domenica di Avvento

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16 novembre 2014: Prima Domenica di Avvento
Is 24,16b-23; 1Cor 15,22-28; Mc 13,1-27
So di ripetermi, ma anche quest’anno vorrei soffermarmi sul significato di tre parole che ricorrono frequentemente nel periodo d’Avvento.
Anzitutto, il termine evento. Che cos’è? Evento è un fatto che è già venuto, si è già verificato. Ogni evento è chiuso entro un determinato spazio e in un determinato tempo. Per indicare un evento diamo le coordinate spaziali (diciamo che quel fatto è avvenuto ad esempio nel nostro paese, oppure a Roma, oppure a Berlino ecc.) e diamo le coordinate temporali (indichiamo l’anno, il mese e il giorno, magari anche l’ora e il minuto). E di un evento indichiamo anche le circostanze, le cause e gli effetti.
C’è un altro termine: avvento. L’avvento si differenzia dall’evento per la particella iniziale, che risalge al latino. E-vento inizia con e- o ex, avvento inizia con av- o ad. Ex indica che qualcosa è scaturito da, ad è una preposizione latina che significa movimento. In altre parole, mentre evento indica qualcosa che si è già realizzato, avvento indica qualcosa che deve ancora realizzarsi.
Terza parola: attesa. Anche attesa deriva dal latino ad tendere, ovvero tendere verso. Anche l’attesa perciò indica un movimento.
Perché vi ho spiegato ancora una volta il significato di queste parole? Per farvi capire che il periodo liturgico dell’Avvento non è e non deve essere qualcosa di statico, di ripetitivo, non comporta la ripetizione delle stesse cose, degli stessi gesti, degli stessi riti, come se si trattasse di commemorare un evento che è capitato in un determinato anno (più di duemila anni fa) e in un determinato territorio (in Palestina, in un piccolissimo paese, chiamato Betlemme). Quante volte sentiamo dire che la nascita di Gesù è il più grande Evento della storia. Certo, è un fatto avvenuto, ma non basta dire che è un evento storico. C’è qualcosa di più, che va oltre l’aspetto puramente storico.
L’incarnazione di Cristo è un evento, ma è anche un ad-vento. Cristo si è incarnato in quel tal momento storico e in quel particolare luogo geografico, ma la sua incarnazione continua, non è mai finita: è Avvento. Commemorare dunque la nascita di Cristo non può diventare solo un insieme di riti, pur suggestivi, ma coinvolge continuamente la storia: quella in generale e  la nostra piccola storia in particolare.
Anche la nostra vita non è da intendere come un insieme di eventi che capitano, ma è un continuo avvento: in ogni evento o in ogni fatto c’è qualcosa di sorprendente, da cogliere per il nostro domani. Il domani, dunque, non è il giorno dopo l’oggi come se l’oggi si chiude a mezzanotte. Nell’oggi c’è già il domani, se però vivo l’oggi come un avvento.
Detto questo, passiamo ai brani della Messa di questa prima domenica di Avvento.
Il primo e il terzo brano non sono di facile interpretazione, perciò esigono una spiegazione anzitutto esegetica. Nel testo di Isaia (primo brano) e nel Vangelo di Marco (terzo brano) ci troviamo di fronte a un linguaggio cosiddetto apocalittico. Che significa? Anche qui chiariamo subito la parola “apocalisse”. Apocalisse deriva dal greco e significa “gettar via ciò che copre, togliere il velo, letteralmente scoperta o rivelazione”. In seguito ha assunto il significato di catastrofico, ed è il senso che ancora oggi diamo alla parola apocalisse. Ma nell’Antico Testamento i profeti non intendevano qualcosa di catastrofico, quando descrivevano anche con toni paurosi gli interventi divini.
Il loro intento era un altro: far capire che, più il mondo si complica la vita facendosi del male, più l’uomo ne combina di tutti i colori, tramite i potenti che pensano di essere onnipotenti, e più Dio si rivela nella sua capacità di trasformare il male in bene. Sarebbe troppo facile per il Signore guidare una storia fatta da persone tutte sagge e tutte perfette. Se ne starebbe a dormire tutti i giorni. Ma Dio è l’Onnipotente, quando sa trasformare ogni evento, tragico o demoniaco, in un bene che alla fine esce sempre vittorioso.
Non c’era bisogno che ce lo dicesse il profeta Isaia o lo stesso Gesù Cristo: tutti lo constatiamo, anche nel nostro piccolo presente, senza dover tornare indietro nella storia. Gesù ha parlato di guerre e di rumori di guerre, di carestie, di terremoti, possiamo aggiungere le parole di Isaia “cateratte dal cielo si sono aperte” che significa “piovere a dirotto”. Secondo la cosmologia biblica, il cielo era immaginato come un insieme di saracinesche che si aprivano e si chiudevano.
Anche recentemente abbiamo avuto una prova. Genova e altre città sono state inondate di acqua e di fango. Tutti i giorni nel mondo ci sono guerre e si sentono rumori di guerre. Luca alle guerre e ai terremoti, aggiunge “pestilenze”. Che cos’è l’ebola? E il mondo trema. Tutti temiamo.
La descrizione del profeta Isaia è molto più drammatica. «A pezzi andrà la terra, in frantumi si ridurrà la terra, rovinosamente crollerà la terra. La terra barcollerà come un ubriaco, vacillerà come una tenda; peserà su di essa la sua iniquità, cadrà e non si rialzerà». Ecco il motivo di tutto questo: l’”iniquità” dell’essere umano. L’iniquità è una parola che è di casa nel testo biblico. Sembra quasi che prevalga sulla parola salvezza. L’iniquità è come un grosso peso che schiaccia, che manda in frantumi ogni vivente. Il termine “iniquo” deriva dal latino “in”, che vuol dire “non”, e “aequus”, che vuol dire ragionevole, giusto. L’iniquità è l’anti-ragione, l’anti-giustizia. La terra vacilla nella sua consistenza di fronte all’iniquità che è perversione dell’ordine divino. Anche la natura ne risente, e la natura poi si ribella all’essere umano. Ma la causa è la perversione, l’iniquità dell’uomo.
Non sopporto quando capitano le alluvioni e leggo certi titoli sui giornali: l’acqua uccide ancora. L’acqua uccide? Ma chi fa sì che l’acqua possa uccidere? E anche qui, quante ipocrisie! Subito si cerca un capro espiatorio. E si dimentica che le responsabilità sono di tutti: di chi amministra il bene comune e dei cittadini che se ne fregano del bene comune, pretendendo sempre e in ogni caso i propri interessi, anche a danno del bene comune. E poi, quando succedono i guai, gli stessi cittadini che hanno fatto pressioni sugli enti pubblici per ottenere permessi vietati, se la prendono con le istituzioni. Queste cose non le sopporto!
L’iniquità sta in noi, e non nella natura. L’iniquità è quel modo perverso di valutare le cose, secondo i nostri interessi personali o familiari o di clan. La terra sente il peso di questa nostra iniquità. E non è necessario aspettare una guerra o una pestilenza o un terremoto per aprire gli occhi, supposto che li apriamo. Ogni giorno costruiamo la guerra, ogni giorno costruiamo il nostro danno, con atti o con pensieri che, come onde, si ingrossano e diventano alluvioni o terremoti o pestilenze.
Smettiamola di dare sempre la colpa agli altri. Il governo siamo noi. La Chiesa siamo noi. Noi siamo il bene o il male di questa società.
Infine, Cristo ce l’ha detto chiaramente: non correte dietro ai falsi profeti, che si insinuano dappertutto, con tale scaltrezza che talora supera la lucidità dei giusti. Due avvertimenti.
Primo. Cristo parla di inganno. L’inganno trova ogni mezzo per illudere le speranze della gente. L’inganno non usa il metodo del contro: io mi metto contro di te, ti combatto. No. L’inganno è di chi fa finta di stare dalla nostra parte. L’inganno non abbatte le porte per entrare. L’inganno è già in casa.
Secondo. L’inganno ricorre ai miracoli, dal momento che, secondo noi, Dio agisce con gesti strepitosi. Noi pensiamo che là dove c’è qualcosa di straordinario, là ci sia la presenza di Dio. Oppure pensiamo che i miracoli siano la prova   che quell’essere umano sia un santo. È tutto un inganno. La fede non si regge sui miracoli, perché il demonio è capace di fare miracoli tali da ingannare perfino il papa.

Omelie 2014 di don Giorgio: Seconda di Avvento – rito ambrosiano

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 23 novembre 2014: Seconda domenica di Avvento
Is 51,7-12a; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12
Due sono i personaggi che la Liturgia mette in scena durante l’Avvento: sono diversi tra loro, ma complementari. Entrambi hanno un compito ben preciso da compiere: prepararci nel migliore dei modi alla venuta del Salvatore. Sono Giovanni il Battista e Maria santissima. Alla madre del Messia vengono dedicate una festa in particolare, l’Immacolata, e la domenica che precede immediatamente il Natale. Al Precursore la liturgia dedica ben tre brani del Vangelo che parlano di lui: questa domenica, la prossima e domenica 14 dicembre.
Prima di soffermarmi sulla figura di Giovanni, merita una particolare attenzione anche il primo brano, tolto dal Libro di Isaia, o meglio del Secondo Isaia, un anonimo profeta vissuto negli anni successivi al 538 a. C, quando il re persiano Ciro, dopo aver sconfitto i babilonesi, aveva permesso agli ebrei esuli a Babilonia di tornare nella terra dei padri, abbandonata nel 586 a.C., al momento della distruzione di Gerusalemme. Il compito di questo profeta consisteva appunto nello stimolare il ritorno in patria e nel cantarlo come un evento glorioso voluto da Dio.
Il brano di oggi è davvero interessante: è un dialogo che si alterna tra il Signore e il suo popolo. Prima interviene Dio che invita i suoi eletti ad ascoltarlo: “Ascoltatemi”. Più che invito, è un ordine. Un ordine che risuona ancora oggi. In mezzo a tanta confusione e a tante incertezze, bisogna a un certo punto fare silenzio, e ascoltare l’Essenziale.
Che cos’è l’Avvento, se non uno spazio di tempo che noi togliamo alle nostre quotidiane fatiche e preoccupazioni, per dar modo al nostro interiore di rimettere un po’ di ordine nella nostra mente e nel nostro cuore? Noi parliamo, attorno a noi tutti parlano, le cose parlano, e nessuno vuole ascoltare chi ne sa più di noi e più del mondo intero.
L’Avvento cristiano non è anzitutto un programmare chissà quali attività. Più si avvicina il Natale, più aumentano la frenesia e un insieme di cose da fare. Dovrebbe essere il contrario. Più ci avviciniamo al Natale, più dovremmo sentire l’esigenza di fare silenzio dentro e attorno a noi, per sentire la voce di Colui che è l’unico vero Necessario.
“Ascoltatemi”. Dio si rivolge ai suoi fedeli, agli amanti della giustizia, a coloro che portano nel cuore la sua legge. Non devono temere nulla. I nemici tenteranno di farli soccombere, ma Dio sta dalla parte dei giusti.
Ed ecco che il popolo d’Israele risponde, invitando a sua volta il Signore perché risvegli la sua potenza, la sua presenza, perché faccia sentire più forte la sua voce.
Sì, è vero, il Signore sta dalla parte dei giusti, ma non basta. Ci sono situazioni in cui sembra che il Signore stia in silenzio, sia quasi assente. Sembra, ma così non è. Ma il popolo fedele chiede di più. Proprio perché si è fidato di Dio, non accetta che sia continuamente messo alla prova. Ma Dio ha le sue buone ragioni: succedeva che, quando le cose andavano troppo bene, gli ebrei si dimenticassero di Dio. C’erano le crisi? Il popolo tornava al Signore. La storia si ripete sempre. Non ci chiediamo mai il perché la storia sia soggetta a tante crisi che tolgono il respiro e mettono a dura prova la stessa esistenza? Ogni epoca conosce almeno una grande crisi. Noi le chiamiamo crisi economiche e strutturali. Forse sarebbe più giusto chiamarle crisi di valori.
L’Avvento mette a nudo ancora di più questa crisi che sta erodendo l’anima e il corpo. Solo degli illusi potevano credere che la crisi sarebbe durata poco. Ogni crisi ha i suoi tempi. Nessuno, nemmeno gli economisti più esperti, li conosce. Ne usciremo, senza saperne i motivi. Di colpo.
Nel frattempo, diamo la colpa a tutto e a tutti, aggrappandoci a questo o a quello per salvarci. Nessun mago ci porterà fuori dalla crisi. La crisi, anche questa, è frutto di un sistema sbagliato che si è creato col tempo, tessuto senz’altro da qualche mente perversa, ma sempre con il sostegno del popolo. Non sopporto che ci si senta sempre delle vittime. Non solo al tempo degli ebrei, ma anche oggi i cosiddetti buoni sono come un peso morto di una grossa parte che subisce e subisce correndo dietro al sistema del momento. I giusti, invece, non si fanno omologare, non si fanno trascinare: su questi pochi eletti il Signore scommette il  suo progetto.
Infine, il Signore termina con queste parole: «Io, io sono il vostro consolatore». Non so esattamente il significato del termine “consolazione” in ebraico. Mi soffermo sulla parola italiana, che deriva dal latino: “cum + solari”. “Cum” vuol dire “mezzo”, “strumento”, mentre “solari” contiene “solus”, che non vuol dire “solo”, ma “intero”.  Perciò, possiamo intendere così le parole del Signore: “Io, io sono colui che soddisferà il vostro desiderio di pienezza, la vostra sete di giustizia”. Le vere sofferenze sono di coloro che cercano il bene, ma non lo trovano. I giusti soffrono perché vivono in un mondo di iniquità. Non si accontentano del poco di bene che c’è. Il disegno di Dio è grande. Non si accontenta del minimo.
Il Vangelo di oggi introduce la figura di Giovanni il Battista. L’evangelista Matteo non usa preamboli: «In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”».
“In quei giorni”: una frase che non fissa un determinato tempo. Non si sa esattamente quando Giovanni è apparso sulla scena pubblica. All’evangelista non interessava. Forse non si ricordava, forse non lo sapeva. Ma una cosa è certa: a un certo punto, Giovanni si è fatto sentire. “In quei giorni” può benissimo indicare qualsiasi tempo: anche i nostri tempi. C’è sempre un momento in cui un certo Giovanni Battista compare a dirci: “Convertitevi!”. Anche in italiano il verbo “convertire” è significativo: vuol dire di per sé “cambiare strada”, invertire la rotta. Mi converto quando mi accorgo di aver preso una strada sbagliata, mi fermo, torno indietro a prendere quella giusta. Il verbo greco, “metanoèite”, è ancora più pregnante di senso: deriva da “metànoia” (“noia” deriva da “nous”, che significa mente, pensiero). Dunque, convertirsi significa cambiare mente, pensiero. È dalla mente e dal pensiero che derivano le nostre azioni, i nostri comportamenti. Quindi, Giovanni il Battista non si è limitato a dire alle folle: “Agite bene”. In altre parole, il suo messaggio non era anzitutto di tipo moralistico. Fate i bravi! Il messaggio di Giovanni era radicale: puntava alla mente e al cuore.
Giovanni ha voluto essere coerente anche nel suo vestito e nel suo cibo. Sobrio, essenziale, asciutto, quasi scostante. Duro nelle parole, altrettanto duro nelle sue scelte di vita. La gente accorreva, perché sentiva che in Giovanni c’era qualcosa di autentico. E non si è ribellata, quando si è sentita colpita sul vivo dalle parole: “Razza di vipere!”. Se dovessimo usare oggi espressioni simili, saremmo denunciati.
Ma Giovanni non andava tanto per il sottile: sapeva che l’ipocrisia era anche allora il peccato più grave. Per cambiare la mente, occorrevano parole forti, sconvolgenti, rivoltanti, urticanti. Cristo stesso tornerà sull’ipocrisia, rivolgendosi anzitutto ai capi politici e religiosi.
Certo, Gesù, a differenza di Giovanni, ha manifestato anche il volto di un Dio misericordioso. Misericordia sì, ma la misericordia non è una specie di condono a ripetizione. La misericordia conduce alla giustizia. Tutti abbiamo bisogno di misericordia di Dio. Ma Dio vuole anzitutto il nostro bene, e il nostro bene è il nostro essere umano, che, se è debole e perciò bisognoso di misericordia, ha però bisogno di essere risvegliato e guidato verso la sua piena realizzazione.
La misericordia è la pazienza di Dio che sa attendere, e nel frattempo ci sostiene nelle nostre debolezze. Dio è paziente ma in vista della giustizia, intesa nella pienezza del nostro essere e nella realizzazione del suo disegno sulla storia umana. Secondo la Bibbia, giustizia e misericordia si abbracciano. Ambedue si rifanno al nostro essere umano, da sviluppare nella sua bontà radicale (ecco la giustizia), ma da sostenere a causa dei suoi limiti e debolezze (ecco la misericordia).

 

Omelie 2014 di don Giorgio: Terza Domenica di Avvento – rito ambrosiano

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30 novembre 2014: Terza Domenica di Avvento
Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39
Domenica scorsa il brano iniziava con “Ascoltatemi!”. Così inizia quello di oggi, che, a metà circa, ripete un secondo imperativo: “Ascoltatemi attenti… porgetemi l’orecchio”.
Perché Israele deve mettersi in ascolto? Dio lo invita a guardare al suo passato, alle sue origini, al momento in cui è stato scelto per essere strumento per la salvezza universale. «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»: la roccia e la cava sono immagini molto espressive, rendono bene l’idea dello stretto legame che c’è tra il Signore e Israele: un’Alleanza che Dio non scioglierà mai. E questo significa garanzia per il futuro del popolo eletto, soprattutto nei momenti difficili. Dio è sempre pronto a riprendere dall’inizio il bandolo della matassa.
Il profeta anonimo, autore del brano, ricorda il momento particolare della storia ebraica: i superstiti dall’esilio babilonese, tornati in patria (siamo nel VI secolo a.C.), devono rimboccarsi le maniche per ricostruire una nazione rasa al suolo. Altro che crisi economica! La terra promessa era ridotta a poche case, a pochi abitanti per di più ibridi: un miscuglio di razze e di religioni. Una desolazione e una confusione totale! Bisogna ripartire da capo. Ma Dio interviene subito: prima “ascoltatemi”. Prima che gli esuli si mettano a ricostruire la nazione, ordina loro di ascoltarlo.
Ricostruire non significa far finta di nulla: la desolazione di quella terra era il segno che qualcosa non aveva funzionato nel rapporto tra Dio e il popolo ebraico. Non certo per colpa di Dio. E allora? Bisogna ripensare una ricostruzione “nuova”. Quando, tornati in patria, gli ebrei, presi dall’ansia, mettono subito mano ai mattoni per ricostruire le loro abitazioni, il Signore, tramite il suo profeta, li rimprovera di pensare anzitutto a loro stessi, dimenticando il loro Signore. La ricostruzione andava fatta “ripensando” a ciò che era successo, per evitare che di nuovo succedesse. Che senso ha ricostruire per ricadere negli stessi errori di prima? Questo è il senso di: “Ascoltate”. Riflettete una buona volta! Non basta ricostruire case o cose: bisogna tornare ad essere saggi. Le case vanno costruite su solide fondamenta terrene, ma il vivere sociale ha bisogno di altre fondamenta, quelle che poggiano sul nostro essere, nel nostro essere.
“Ascoltate”: aprite gli occhi, ci direbbe ancora il Signore. Chissà perché al boom economico segue prima o poi una crisi, una ricaduta nella miseria materiale e sociale. Ci sono ancora degli economisti che affermano che il progresso economico è inarrestabile, progressivo, per la stessa legge naturale, secondo cui la ricchezza produce ricchezza, i beni producono altri beni. Ma la storia smentisce continuamente questa tesi.
Anche noi stiamo vivendo un momento difficile, simile a quello del popolo ebraico quando era in esilio babilonese. Un esilio che è durato più di settant’anni. E noi crediamo che in pochi anni passerà questa crisi, che sta mettendo a dura prova la nostra esistenza, anche nelle sue primarie esigenze di sopravvivenza. E ci illudiamo che tutto tornerà come prima. Ma non sarà così. Ogni crisi lascia ferite, i cui segni resteranno indelebili. Certo, usciremo prima o poi dall’esilio, torneremo in patria. Ma, ecco l’invito del Signore: “ascoltatemi”. Prima di riprendere a ricostruire sui rottami lasciati dalla crisi: “Ascoltatemi, attenti”. Bisogna ricostruire con saggezza!
Oggi tutti urlano in nome dei diritti (quali?), tutti protestano per tornare ai beni economici precedenti, tutti prospettano soluzioni immediate, ma nessuno vuole “ascoltare”. Ascoltare significa riflettere, ri-pensare, ovvero riprendere i grandi pensieri, quelli che cambiano la vita, ma prima devono cambiare la mentalità. Conversione!
Nel brano del profeta, Il Signore a chi si è rivolto? «Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia». Dio parte sempre da un nucleo, dal “resto d’Israele”, da ciò che è rimasto di saggio del suo popolo. Riparte dai suoi fedelissimi. Ma anche costoro possono essere disorientati. Dio li incoraggia!
Come si possono educare i ragazzi, se genitori ed educatori non hanno idee chiare sui valori fondamentali della vita? Come si può educare un popolo alla democrazia, se quanti hanno delle responsabilità non sanno che cos’è la giustizia e cos’è la legge-diritto?
Scusate se torno frequentemente su alcuni concetti, ma li ritengo così fondamentali e attuali da non poter fare a meno di insistere, anche perché, se leggete bene la Bibbia, il Signore stesso, tramite i profeti, insisteva ad esempio nel mettere in rapporto tra loro la giustizia e la legge (o diritto). La salvezza o liberazione scaturisce da questa interconnessione profonda.
Quando si parla di salvezza o liberazione s’intende il vero bene dell’essere umano, s’intende la liberazione dalle varie schiavitù. Ecco: l’essere umano prenderà la via della salvezza o della liberazione, quando saprà armonizzare tra loro la giustizia e la legge (o diritto).
Per noi credenti, è fondamentale sapere ciò che dice la Bibbia a proposito della giustizia e della legge. Secondo la Bibbia, giustizia che cos’è? È il disegno di Dio sul mondo: Dio vuole il bene dell’Umanità. I giusti allora chi sono? Sono coloro che rimangono fedeli a questo disegno di Dio: coloro che vogliono il bene di questo mondo.
Parlare di disegno o piano divino può sembrare qualcosa di astratto o di generico: in realtà, di che si tratta? La giustizia secondo la Bibbia è l’armonia del creato e del cosmo. Nel campo umano, è l’armonia del nostro essere. Che significa? Qui entrano in scena i grandi mistici, i quali nei loro scritti hanno trattato il tema della giustizia, a partire dal divino che c’è in noi.
Noi, purtroppo, poniamo sempre i diritti e i nostri problemi concreti, al di fuori del nostro essere, e parliamo di esistenza. Già la parola “esistenza” dovrebbe farci riflettere: deriva dal latino “ex – sistere”, ovvero stare (sistere) fuori (ex). Fuori da che cosa? Dal nostro essere. Sta qui la causa di tutte le nostre tragedie.
Ecco allora i mistici ci dicono: Se tu non sei, cioè se tu esci da te stesso, finisci per abitare nelle cose. Diventi forestiero a te stesso. Un alieno. Diventi un altro. E le cose finiscono per possederti. Perdi l’equilibrio. Rompi l’armonia. Esci dalla giustizia. L’uomo crede di prendere consistenza, appoggiandosi alle cose. E ciò crea ingiustizia verso gli altri, perché ciascuno si crea un proprio regno a spese degli altri.
Essendo fuori da me stesso, credo di rifarmi una esistenza, ma perdendo l’equilibrio che parte dal proprio essere interiore. L’esistenza, secondo l’etimologia della parola, è vivere fuori di casa, e fuori del proprio essere la legge è quella del più forte.
Ciò che noi chiamiamo diritto è quel qualcosa che è unito alla legge del più forte. Simone Weil si rifaceva al mondo greco, dove la giustizia aveva un significato vero, a differenza del mondo romano, dove il diritto aveva solo un valore giuridico, fondato sulla forza.
Ecco perché i mistici, come ad esempio Meister Eckhart, parlano continuamente di distacco, di povertà dello spirito. La povertà dello spirito è in realtà la nobiltà dello spirito: l’uomo nobile si distacca dalle cose e da se stesso, inteso come l’io dominante, perché riconosce che la smania di imporsi, di affermarsi, di permanere a tutti i livelli – non solo sociale, ma anche quello religioso – non è soltanto volgarità, ma una colpa, una menzogna.
Purtroppo viviamo in una società, dove è difficile, oggi più di ieri, trovare veri maestri, che sanno elevare il nostro spirito, renderlo nobile.
«A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovare il bandolo…”, sostiene Agnese nei Promessi Sposi. E la stessa Agnese dice a Renzo e Lucia che “alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato”, potrebbe essere utile. Solo che l’uomo che indica: ”L’azzeccagarbugli” non fa al caso loro.
Di azzeccagarbugli è pieno il nostro paese. E noi restiamo in balìa di lestofanti che predicano giustizia, ma non sanno che cos’è la vera giustizia. Pescano nel torbido, rendendo l’acqua più sporca, costringendoci a berla. A loro basta un pugno di consensi. E noi sempre qui a chiederci: Ma che cos’è la giustizia?

Omelie 2014 di don Giorgio: Quarta Domenica di Avvento – rito ambrosiano

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7 dicembre 2014: Quarta di Avvento
Is 16,1-5; 1Ts 3,11-4,2; Mc 11,1-11
Il primo brano della Messa fa parte del prima parte del libro, scritta dal profeta che si chiama Isaia, vissuto nella seconda metà dell’VIII secolo a.C.
Nella raccolta dei suoi scritti troviamo anche una serie di “oracoli”. Gli oracoli erano delle dichiarazioni solenni che il Signore faceva tramite i suoi profeti, tra cui il nostro Isaia.  Questi oracoli erano anche duri giudizi di minaccia contro le popolazioni pagane, ma sempre in riferimento alla loro salvezza.
Nel brano di oggi, che non è di facile lettura, si parla di Moab, contro cui il Signore lancia un duro oracolo. Non dimentichiamo che Moab, una regione posta ad est del mar Morto, era abitata da una popolazione, acerrima nemica di Israele. Il profeta rievoca ciò che è capitato a questa popolazione, costretta da una devastazione dell’esercito nemico a trovare riparo in altre località, anche nel regno di Giuda. Non ci sono indicazioni storiche, ma non importa. Al profeta interessa dare un esempio dell’agire di Dio. Chiariamo ancora una volta: la storia sacra non è da interpretare secondo i criteri degli storici che valutano i fatti, individuano le cause ed evidenziano gli effetti. La storia sacra richiede un occhio diverso: è l’occhio del profeta che si avvale dell’occhio divino. Al profeta non interessano tanto i fatti, nei loro aspetti spaziali (dove sono avvenuti) e temporali (quando sono avvenuti), ma interessa la loro esemplarità: cioè i fatti sono degli esempi concreti dell’agire di Dio nella storia. L’esempio, nel nostro caso, è la popolazione di Moab, che si rifugia, braccata dal nemico, presso il popolo ebraico. La salvezza fisica di Moab viene vista dal profeta come la salvezza nell’unico vero Dio che, notate bene, ha scelto il popolo d’Israele come strumento del suo messaggio, che è universale, ovvero per tutti i popoli della terra che, prima o poi, dovranno riconoscere la sovranità di Gerusalemme, non tanto intesa come città fisica, ma luogo ideale della rivelazione divina.
Anche qui chiariamo subito. I profeti miravano all’Israele ideale, più che all’Israele storico a cui non risparmiavano le loro invettive, per i suoi continui tradimenti dell’Alleanza. È importante sottolineare questa distinzione tra l’Israele ideale e l’Israele storico.
Nel brano di oggi, è descritto l’accorrere dei disperati moabiti verso la terra della salvezza. Le donne in fuga come uccelli spaventati e come “una nidiata dispersa” e tutti i fuggitivi di Moab avranno un riparo nella terra di Giuda, ove godranno dei diritti dell’ospitalità, secondo giustizia, “nella tenda di Davide”, ove “vi risiederà… un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia”. Questo giudice richiama, secondo la profezia liturgica anche odierna, il Messia. Il Messia, dunque, sarà animato dal grande sogno di instaurare la “giustizia” sulla terra.
Vorrei sottolineare un aspetto di questa vicenda. I popoli antichi avevano una grande dote naturale, ed era l’ospitalità, che era sacra. Forse più all’interno della popolazione, che non in riferimento ai cosiddetti forestieri. Ed era per questo che i profeti avevano cercato di allargare i confini, per una ospitalità universalistica: senza più frontiere, di nessun tipo.
Noi moderni facciamo già fatica a capirci tra di noi, all’interno del nostro Paese: tra Nord e Sud. Ora poi, con l’immigrazione proveniente dal di fuori, le cose si sono complicate.
Le relazioni sociali si sono aggravate, anche perché c’è gente, nel campo politico e non solo politico, che trova buon giuoco a pescare nel torbido. Non sto dicendo che tutto sia facile, non sto dicendo che i problemi di convivenza non esistano: sto semplicemente dicendo che i problemi, che sono reali, non si risolvono chiudendosi a riccio, partendo dal presupposto che non sia possibile l’integrazione, tirando fuori le solite difficoltà: anche noi stiamo male, anche noi siamo precari. Non mi sembra che quando stavamo bene, la pensavamo diversamente.
Il problema è anche di necessità. Il fenomeno è irreversibile: non si può tornare indietro e fermare la globalizzazione. Governarla razionalmente sì, ma non possiamo arrestarla. Tutto sta in una politica saggia e coraggiosa, previdente e lungimirante.
Passiamo al brano del Vangelo secondo Marco, che riporta un episodio che a prima vista potrebbe sembrare fuori tema. Che c’entra con l’Avvento l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che è avvenuto pochi giorni prima della sua passione e morte?
Dico subito che c’è un nesso profondo tra l’Incarnazione e la Pasqua, intesa come passione, morte e risurrezione di Cristo. Noi cristiani siamo riusciti anche a distruggere il Mistero divino, frammentandolo in mille pezzi, o mille risvolti, secondo le nostre regole consumistiche. La scienza parla di olismo, ovvero ci dice che il tutto è nel particolare e che il particolare sta nel tutto, ma la religione è ferma solo alla comunione dei santi, ma senza capire che la comunione dei santi c’è, in forza del principio secondo cui nessuno di noi è un’isola, è un tutt’uno nell’Universo, e questo indipendentemente se uno crede o non crede in un certo dio. C’è, dunque, un nesso rapporto tra la nostra nascita, il nostro vivere e il nostro morire. Così è stato di Cristo. Non c’è nulla di paradossale collegare la sua nascita alla sua morte.
Ma la Liturgia non intende dirci questo, anticipando nell’attesa del Mistero natalizio l’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che si sarebbe poi concluso nella sua passione e nella sua morte. La Liturgia intende invece rispondere ad una domanda più che lecita: in fondo, è la stessa domanda che la città di Gerusalemme si è fatta, quando ha visto Gesù cavalcare un puledro: “Chi è costui?”. Ed è la stata anche la domanda del re Erode quando ha saputo dai Magi la nascita di un personaggio misterioso. Era la domanda che le folle si ponevano, quando Gesù è apparso sulla scena pubblica.
“Chi è costui?”. Forse noi cristiani moderni ci siamo stancati di porci questa domanda. Per noi il Natale è una commemorazione, e solo la commemorazione di un evento già avvenuto, che si è concluso quando Cristo è morto, e non ci chiediamo più chi è in realtà questo Gesù che ogni anno ci si ripresenta, ponendoci le stesse domande. Ogni anno, il Natale, più che una bella poesia, ci pone davanti alla nostra dura realtà.
Gesù è entrato in questo mondo allo stesso modo con cui è uscito. Non ha scelto la via della onnipotenza. Lo poteva anche fare. Una sola parola risuona, quando Gesù è nato e quando Gesù è morto: pace. Una piccola e breve parola che, pur sbandierata a destra e a sinistra, in ogni campo sociale, politico e religioso, difficilmente riusciamo a cogliere in tutta la sua realtà innovativa, se prima in noi non si fa strada quella disponibilità a un bene che è l’unico a dover contare, che lo vogliamo o no. Parlare di umiltà non rende ancora bene l’idea.
L’evangelista Matteo aggiunge un particolare al racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme: «I capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che (Gesù) aveva fatto (guarendo ciechi e storpi) e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide!” si sdegnarono, e gli dissero: “Non senti quello che dicono costoro?”. Gesù rispose loro: “Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode?”».
Il Natale dovrebbe essere la festa del bimbo che c’è in noi. Il problema di oggi è che anche i bambini, in senso biologico, hanno già perso la loro capacità di meravigliarsi di fronte alle cose belle.

Omelie 2014 di don Giorgio: Immacolata Concezione della B. Vergine Maria

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8 dicembre 2014: Festa della Immacolata Concezione di Maria Vergine
Gen 3,9a-11b-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26b-28
Due sono i personaggi principali dell’Avvento cristiano: Maria Vergine e Giovanni il Battista. Hanno il compito di prepararci alla venuta di Cristo, anche quest’anno.
Anche la festa di oggi, Immacolata Concezione, non va estraniata dal suo vero contesto, che è quello messianico, ovvero Maria è Colei che è stata scelta da Dio per essere Madre del Messia. Tutti i dogmi della Chiesa relativi a Maria, Immacolata Concezione e la sua Verginità, hanno poca importanza in sé. Ciò che è essenziale per la nostra salvezza è il fatto che in Maria si è incarnato il Figlio di Dio.
Vi dicevo poco fa che Maria e Giovanni sono i due personaggi dell’Avvento cristiano. Diversi tra loro, ma complementari. Sulla facciata della Chiesa di Sant’Ambrogio in Monte, nelle tre lunette ho fatto realizzare tre mosaici: nella lunetta sopra la porta laterale di sinistra, entrando in chiesa, è raffigurato il volto dolce di Maria implorante, con le mani giunte, che guarda Gesù, raffigurato nella lunetta centrale, con le mani aperte ad accogliere tutti, mentre nella lunetta sopra la porta di sinistra, c’è il volto duro di Sant’Ambrogio, patrono della nostra diocesi e anche della chiesa di Monte, con in mano lo staffile, segno di condanna del potere prevaricatore. Sant’Ambrogio per me rappresenta Giovanni il Battista.
Possiamo dire che Maria è la dolcezza, Giovanni il Battista la ruvidità. Maria implora, Giovanni scuote. Maria accarezza, Giovanni schiaffeggia. C’è bisogno di Maria, e c’è bisogno di Giovanni. Già altre volte l’ho detto: la misericordia non esclude la giustizia, anzi la misericordia porta alla giustizia.
Nelle litanie mariane o lauretane c’è una invocazione che sfugge alla nostra attenzione: “ianua coeli”. In latino “ianua” significa porta. Maria è la porta del cielo. Che significa? Ha permesso a Dio di entrare nella storia. Prima il cielo era come se fosse chiuso.
Dio non entra in noi, se noi prima non gli apriamo la porta del nostro cuore. C’è una tela, denominata  “La Luce del mondo”,  di un pittore inglese, Holman Hunt, dove viene raffigurato Cristo, con in testa la corona di spine. È sera. Cristo bussa ad una porta illuminata dalla lampada che tiene nella mano sinistra. La porta è in parte ricoperta da erbacce, ed ha un particolare: è senza maniglia. Dopo cinquant’anni dall’aver eseguito quel dipinto, Hunt si è sentito in dovere di spiegarne la ragione. Cristo non forza mai la porta: tocca a noi, dal di dentro, aprirla.
Del resto, Dio si era comportato così anche con la vergine Maria: le aveva chiesto il consenso prima di entrare nel suo grembo.
Le porte della nostra vita si aprono dal di dentro, non dal di fuori. Dio è fuori che ci aspetta. Con pazienza. Lui non si impone. E se anche aprissimo in ritardo, Lui ci aspetta sempre. Ecco la bontà e la misericordia di Dio. Ma dentro di noi qualcosa deve succedere: un primo impulso per aprire. È chiaro che abbiamo bisogno di qualche aiuto dall’esterno. Un aiuto che entra dalle finestre. È la parte dei vari Giovanni che ci richiamano ad uscire “da una visione stereotipata e immobilista della fede per incontrare l’inaudito di Dio”, così ha scritto un sacerdote.
Soffermiamoci per un momento su Maria. Il dogma della sua immacolata concezione, che è un po’ il tema della festa di oggi, interessa fino a un certo punto. Perché discutere il disegno di Dio? Lui fa quello che vuole. Ma ciò che vorrei sottolineare è che il Signore non privilegia mai nessuno singolarmente. Se concede dei privilegi, Dio pensa sempre al bene dell’umanità intera. In altre parole, se ho delle doti particolari, non posso tenerle per me stesso, e godermene in santa pace. I privilegi di cui Dio ha arricchito i santi, sono sempre stati anche dei dolori per i santi stessi.
Ogni dono è una grazia, ed è anche una grande responsabilità, che significa martirio. Vanno intese in questo senso le parole profetiche del vecchio Simeone, quando, incontrando Maria che, insieme allo sposo Giuseppe, si era recata al tempio per presentare al Signore, secondo la legge mosaica, Gesù bambino, le aveva detto: «anche a te una spada trafiggerà l’anima». E sappiamo quanto Maria abbia sofferto insieme al figlio sotto la croce. Viene chiamata anche l’Addolorata.
Vedete. È facile fare su Maria tanta poesia commovente, tesserne elogi sperticati, dire tantissime cose sulla bellezza e sulla purezza di cuore della Madre di Gesù. Ho letto qualche commento sulla festa di oggi. Stupendi: parlavano di cose meravigliose, di un mondo fantastico, simboleggiato da questa ragazza superlativa. Mentre leggevo, mi guardavo attorno, e pensavo: ma dov’è il mondo ideale? che cosa leggo tutti i giorni sui giornali o che cosa vedo e sento ai telegiornali?
Leggo, vedo e sento parlare di guerre, di bruttezze, di violenze, di stupri, di femminicidi, di ‘ndrangheta della porta accanto. E mi chiedo: se è vero che fin dall’inizio dell’umanità il mondo è sempre stato più o meno così, se anche dopo la venuta di Cristo sulla terra le cose non sembrano cambiate, in che cosa e in chi dobbiamo credere?
Anch’io talora dico, parafrasando le parole dello scrittore russo Dostoevskij, che “la bellezza salverà il mondo”, e, mentre dico bellezza penso alle realtà più belle, alle persone più oneste, ai capolavori di Dio, alla natura, agli artisti, ai santi, e poi? Sembra che l’umanità non faccia un passo in avanti. Certo, si sono conquistati dei diritti civili e sociali, si è presa una maggiore coscienza dei valori umani, la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma… C’è un ma che ci lascia perplessi. Viviamo come se lo stato di guerra non cessasse mai. La fine di una guerra è l’inizio di un’altra. Sempre in peggio, anche perché la tecnologia viene usata al servizio del male più che al servizio del bene.
Anch’io dico: Dio ha un grande sogno che vuole realizzare. Il problema siamo noi. Dio senza di noi non apre la porta. Aspetta. E, nel frattempo, ecco la malvagità che non dorme mai.
Dio ha un grande sogno. E, appena si accendono delle luci, appena qualche giusto squarcia un po’ il cielo tenebroso, arriva un altro temporale. Tutto come prima, peggio di prima.
Non voglio spegnere le speranze umane, e tanto meno mi permetterei di spegnere il sogno di Dio. Ma non possiamo non essere realisti. Le parole del vecchio e saggio Simeone: «anche a te una spada trafiggerà l’anima» continuano a risuonare. Simeone ha parlato di una spada che trafigge l’anima. Ci sono dolori fisici, e ci sono dolori che feriscono l’anima. E l’anima soffre, anche quando stiamo bene fisicamente.
L’anima soffre, perché è nell’anima che è presente il dolore dell’umanità. Solo chi è spento dentro, vive solo il proprio problema, e lo vive facendolo pesare sugli altri.
Il vero problema, secondo me, non è tanto la presenza del male su questa terra: male fisico e male morale. Ciò che mi sconcerta è il fatto che i figli delle tenebre, come ha detto Gesù, sono furbi, scaltri, svegli più dei figli della luce.
Noi ci accontentiamo di qualche santo, di qualche profeta, oppure di una massa di bonaccioni che non fanno male neppure ad una mosca, mentre i figli delle tenebre riescono a far presa sulla massa, trascinandola o nel male o nella indifferenza, che è talora il male peggiore perché permette al male reale di agire. Noi credenti o siamo troppo buonisti (ma ce la prendiamo con chi si butta nella mischia, tentando di salvare un po‘ la situazione) o siamo per nulla caritatevoli, quando ci toccano nei nostri interessi.
La festa di oggi non credo che abbia il significato di proporre una ragazza, immacolata fin dalla sua concezione biologica, per dirci: “Guardate quanto è bella!”. Mi piacerebbe poter leggere un giorno la vera storia di Maria, che ha seguito il Figlio, con il cuore umano di madre e con la sua mente di donna-donna.

Omelie 2014 di don Giorgio: Quinta Domenica di Avvento – rito ambrosiano

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14 dicembre 2014: Quinta di Avvento
Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28
Il primo e il secondo brano della Messa parlano di un “germoglio”. Il profeta Isaia scrive: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». L’autore della Lettera agli Ebrei scrive: «È noto che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda».
Partiamo dal brano di Isaia. È una tra le pagine più celebri. Forse si tratta di un canto di intronizzazione di Ezechia, nuovo re di Giuda (parte meridionale della Palestina): siamo nell’VIII secolo a.C. Ezechia è un sovrano giusto, in cui il profeta ripone tutte le sue  speranze. Ma Isaia vede in lui un ideale perfetto di sovranità: un’immagine di quello che sarà il re sognato, tale da incarnare tutte le attese del popolo. In breve, le parole di Isaia assumono un valore messianico: le virtù di Ezechia preannunciano l’atteso Messia, che, nel tempo stabilito da Dio, verrà a guidare il popolo eletto.
«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse». Che cosa significa? Anzitutto, ricordiamo che l’immagine del germoglio è spesso usata nella Bibbia per indicare il sorgere di una nuova realtà. Pensate ai germogli primaverili. Isaia accosta il germoglio al tronco di Iesse, che è il padre di Davide. Ecco allora il significato: dal tronco inaridito, simbolo dei peccati e delle infedeltà della dinastia davidica, spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, che è un dono divino. Il simbolo del germoglio diverrà, così, un termine per indicare il Messia stesso. Negli scritti del profeta Zaccaria, “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia.
Ma come sarà questo germoglio, ovvero il futuro Messia? La pianta e il germoglio attirano il vento. In  ebraico c’è uno stesso termine per indicare sia il vento che lo spirito, ed è “ruach”. Il vento sta per spirito, perché è qualcosa di interiore, di divino. Lo spirito di Dio si poserà dunque sul germoglio, ovvero sul Messia atteso. Uno spirito abbondante (per quattro volte viene ripetuto la parola “spirito”) che riguarderà tre coppie di doni per il governo del popolo: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore (con l’aggiunta della pietà diventeranno i sette doni dello Spirito santo nella tradizione cristiana).
Non mi soffermo su questi doni: dico solo che, se chi detiene una qualsiasi responsabilità di potere, sia nel campo civile che religioso, avesse almeno qualcosa di questi doni dello Spirito, la società sarebbe un po’ diversa. Pensate anche solo ai primi due doni: sapienza e intelligenza, ovvero capacità di discernere ciò che è bene da ciò che male, ciò che è giusto da ciò che ingiusto. Invece che augurarci che i futuri nostri governanti siano in grado di darci pane e lavoro, pregassimo che su di loro discenda almeno un raggio di saggezza e di intelligenza, avremmo anche il pane e il lavoro, oltre ad una vita qualitativamente migliore. È quanto poi dice il profeta Isaia, descrivendo un’era paradisiaca, ricorrendo a immagini di animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici, che però ora si compongono in un’armonia festosa. Anche il nemico dell’uomo, il serpente che ha sedotto Adamo ed Eva, (vedi Genesi capitolo 3), giuoca sereno con il bambino, che è forse una nuova allusione al tema dell’Emmanuele. Su tutto si stende un’atmosfera di pace e di gioia. Non è questo che ci auguriamo all’arrivo di un nuovo Natale?
Ci viene spontaneo pensare: sarebbe troppo bello! Eppure questo è il sogno di Dio, un sogno che Egli vuole realizzare. Chissà quando?
L’autore anonimo della Lettera agli Ebrei scrive che Gesù “è germogliato da Giuda”, ovvero da Davide, e non dalla tribù di Levi, a indicare chiaramente la novità del sacerdozio di Cristo, che non è in linea con il sacerdozio levitico ebraico, ma, casomai, secondo l’”ordine di Melchisedeh”.
Gesù è un Messia originale in tutto: esce da ogni schema religioso. Vorrei sempre ricordare che Melchisedeh era un re-sacerdote pagano, privo di ogni legame, diciamo un rappresentante del sacerdozio cosmico. Così sarà il sacerdozio di Cristo, la cui missione non consisterà nel rattoppare un po’ la religione ebraica, e tanto meno nell’inventare una nuova religione, ma nello stabilire un’alleanza con l’Umanità intera. Neppure noi cattolici dobbiamo fare di Cristo qualcosa di nostro. Se è vero che il Natale è una festa “cristiana”, è anche vero che non è una festa tipicamente religiosa o tipicamente cattolica, in senso stretto. Cristo non è nostro: Cristo è di tutti, appartiene all’Umanità.
Il brano del Vangelo riporta la testimonianza di Giovanni il Battista che, alla domanda esplicita dei sacerdoti e dei leviti, inviati dai farisei: “Tu, chi sei?”, risponde: “Io non sono il Cristo… Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete dritta la via del Signore”.
Giovanni, dunque, chiarisce ogni equivoco: lui non è il Messia, ma è soltanto una voce che grida perché la gente si prepari alla venuta del Salvatore. Anche Giovanni non poteva prevedere ciò che avrebbe fatto il cugino Gesù. Forse pensava che il Cristo avrebbe incarnato lo spirito di Elia o di qualche altro profeta dell’Antico Testamento.
Forse anche Giovanni è andato oltre il fatto di essere solo e nient’altro che una voce. Nessuno vuol essere uno strumento puramente meccanico. Anche Giovanni ci ha messo del suo. Ma ha perfettamente capito qual era la sua missione.
Essere voce significa fare spazio, perché chi sta per venire faccia tutto quello che ritiene giusto fare. Essere voce significa preparare libera la strada, senza porre alcuna condizione a chi verrà.
L’atteso è sempre inatteso, ovvero l’imprevisto, è una tale novità da lasciarci meravigliati. L’atteso va oltre i nostri desideri, le nostre speranze, i nostri sogni. Certo, aspettiamo qualcuno perché ne abbiamo bisogno: siamo al colmo della disperazione, siamo al limite di sopravvivenza, ci sentiamo perduti. Ma, a differenza di quando noi votiamo per le amministrative o per le politiche, non siamo noi a candidare chi sarà il Messia. Dobbiamo dare incondizionata credibilità al piano di salvezza di Dio, che si realizza nella storia.
Attenzione! La cosa più pericolosa è quando essere voce significa sostituirsi a qualcuno. Non sono io la voce di Dio o di Gesù Cristo. Neppure la Chiesa lo è. Con quale facilità diciamo: “Questo è il volere di Dio!”.
Il nostro compito di credenti e la missione della Chiesa non consistono nel sostituirsi a Dio. Noi siamo chiamati semplicemente a preparare la strada alla venuta di Dio, lasciando a Dio la libertà di venire come Lui vuole.
Preparare la strada significa educare all’essenziale. Ecco dove sta il nostro compito. Un compito veramente difficile. Per educare all’essenziale occorre far capire la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è essenziale.
C’è una tale commistione che prendiamo tutto come se fosse essenziale. Giovanni cita le parole di Isaia: “Sono voce di uno che grida nel deserto”. C’è qualcosa di più essenziale di un deserto?
Infine, le parole di Giovanni: “In mezzo sta a voi sta uno che voi non conoscete”, più che un rimprovero le leggerei come un invito ad assumere un atteggiamento di attenzione. Cristo non può essere mai del tutto conosciuto. Guai se lo fosse! Vorrebbe dire che non sarebbe più la nostra Sorpresa quotidiana. Il Cristo storico è il Venuto, ma il Cristo della fede è il Veniente, Colui che è l’Imprevedibile, il non del tutto conosciuto. I cristiani che dicono: “Io conosco chi è Cristo”, sono pericolosi, fondamentalisti. l seguaci del Cristo Veniente sono coloro che non smettono mai di cercarlo. Il Cristo dogmatico è l’Anti-Cristo della Fede.


Omelie 2014 di don Giorgio: Sesta Domenica di Avvento

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21 dicembre 2014: Dell’Incarnazione o della Divina Maternità della b. sempre Vergine Maria
Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a
Questa domenica, che precede immediatamente il Santo Natale, non è dedicata alla Madonna per la sua santità personale: non si tratta cioè di una festa prettamente mariana. Si celebra invece la divina maternità di Maria, cioè la scelta di Maria a diventare la madre del Figlio di Dio, che si sarebbe incarnato nel suo grembo. È come madre del Salvatore che Maria merita la nostra attenzione e la nostra lode.
Il brano odierno del Vangelo termina con queste parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Serva non significa schiava, ma essere al servizio di qualcuno o di qualcosa. In questo caso, Maria si è messa al totale servizio del disegno di Dio sull’umanità.
Maria si è messa al servizio di un Dio, che le aveva chiesto prima il suo consenso, dopo aver fatto intuire il suo misterioso disegno. Certo, la giovanissima ragazza di Nazaret non aveva compreso del tutto ciò che l’angelo le aveva annunciato, ma aveva intuito, dalla stessa presenza dell’Angelo – presenza visibile oppure puramente interiore non ci interessa – che il messaggio ricevuto era qualcosa di divino. E l’aveva intuito anche dalle prime parole di Gabriele, che meritano perciò una spiegazione.
L’ultima traduzione della Cei rispecchia l’originale greco. “Rallègrati”. In latino era: “Ave”, tradotto in italiano: “Ti saluto”. Tutti capiscono la differenza che passa tra “rallegrati” e “ti saluto”. Il testo greco, “chaire”, che è quello riconosciuto dalla Chiesa come ispirato, dice chiaramente che non si è trattato di un semplice saluto, ma di un invito alla gioia. Dunque: “Gioisci”, “rallegrati”. Un ebreo, che conosceva bene la Bibbia, sapeva che nell’Antico Testamento questo invito alla gioia contraddistingueva in maniera inconfondibile la venuta del Messia. Cito solo un profeta, Zaccaria, il quale al capitolo 9, versetto 9 scrive: «Esulta grandemente, figlia di Sion; giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (9,9).
Questa prima parola dell’angelo, “chaire”, (è vero che l’angelo avrà parlato in aramaico, ma il significato era lo stesso), aveva già sconvolto Maria. Lei addirittura era la figlia di Gerusalemme! Ma c’è un’altra parola, la seconda, anch’essa da spiegare.
Dopo l’invito alla gioia, l’angelo chiama Maria: “piena di grazia”. Qualcuno traduce addirittura: “la piena di grazia”, dando alla pienezza un valore assoluto. La parola greca è: kekharitomène, che vuole dire appunto “piena di grazia”, tuttavia il termine greco kharis, nel linguaggio del Nuovo Testamento, richiama in maniera specifica la benevolenza, la compiacenza, la gratuità di Dio. Non è tanto Maria che è la piena di grazia, ma è la grazia, ovvero la gratuità di Dio, a riempire la persona di Maria, e, dopo il suo consenso, a riempire di gratuità divina il suo grembo.
Qui le riflessioni non finirebbero mai. Purtroppo, preferiamo sorvolare, prendendo le parole dell’Angelo come se fossero un semplice complimento, oppure un nuovo titolo da aggiungere agli altri in onore di Maria. Ma che cosa significa essere “la piena di grazia”, investita di gratuità divina? Già la parola gratuità non ci fa riflettere? Che significa gratuità, in una società dove tutto sembra ridotto ad uno scambio?
Anche i doni che ci facciamo in questi giorni, prima del Natale, non sono in realtà degli scambi? Tu lo fai a me, ed io lo faccio a te. Che cosa c’è di gratuito?
Faccio mie le parole di papa Francesco, tratte dal Discorso ai partecipanti al Convegno diocesano di Roma, dedicato al tema: “Un popolo che genera i suoi figli. Comunità e famiglie nelle grandi tappe dell’iniziazione cristiana”, del 16 giugno 2014.
«Questa è la società degli orfani… Orfani di gratuità: quella gratuità del papà e della mamma che sanno perdere il tempo per giocare con i figli. Abbiamo bisogno di senso di gratuità: nelle famiglie, nelle parrocchie, nella società tutta. E quando pensiamo che il Signore si è rivelato a noi nella gratuità, cioè come Grazia, la cosa è molto più importante. Quel bisogno di gratuità umana, che è come aprire il cuore alla grazia di Dio. Tutto è gratis: Lui viene e ci dà la sua grazia. Ma se noi non abbiamo il senso della gratuità nella famiglia, nella scuola, nella parrocchia ci sarà molto difficile capire cosa è la grazia di Dio, quella grazia che non si vende, che non si compra, che è un regalo, un dono di Dio: è Dio stesso. E per questo sono orfani di gratuità».
Maria, dunque, è la piena di grazia, ovvero la pienezza della gratuità divina. Il misterioso figlio che nascerà nel suo grembo, fecondato dallo Spirito divino, sarà un riflesso, in quanto incarnato, della Gratuità divina. Certo, un riflesso, ma tale da illuminare per sempre il mondo, immerso nelle tenebre. È la gratuità la vera bellezza del mondo: è la gratuità il senso del Natale. Altro che scambio di doni! Altro che scambio di auguri! Altro che scambio di affetti! Anche la carità, che tanto sembra animare gli spiriti buoni, può cadere in uno scambio di compensazione spirituale. “Oh, come sono contento: anche quest’anno a Natale ho fatto una buona azione!”. Come se quella buona azione riparasse un anno di indifferenza o di menefreghismo altruistico, o coprisse quello strisciante razzismo che mi accompagna fino alla mensa eucaristica.
Il primo brano della Messa è tolto dal terzo Isaia, scritto da un anonimo profeta, vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, dopo che gli ebrei esuli a Babilonia erano tornati in patria.
La prima parte del brano è intonato col momento che stiamo per vivere nell’attesa della nascita di Gesù. Ci avverte il profeta, l’uomo di Dio: «Sta per venire il tuo salvatore». Dunque, apriamo le porte del nostro cuore. Ancora di più: dobbiamo spalancarle. Non entra il freddo gelido dell’inverno. Sta per venire il calore di una luce potente.
Meno comprensibile è la seconda parte del brano. È un drammatico dialogo, come quello che avviene tra una sentinella e un misterioso personaggio, che si presenta alle porte della città. Alcuni esegeti traducono la prima domanda così: «Chi è costui che avanza tinto di rosso, sporco nelle vesti più di un vendemmiatore?». Il rosso richiama la vendemmia, e la vendemmia, nella Bibbia, richiama il giudizio divino.
Le immagini forti del torchio dove si pigia l’uva servono al profeta per mettere ancor più in evidenza la giustizia di Dio. «Sono io, che parlo con giustizia e sono grande nel salvare», così quel personaggio misterioso risponde alla sentinella.
In questi giorni, in cui il sentimento sembra prevalere sulla ragione, la poesia sembra coprire la prosa di una vita banale, la bontà e la misericordia sembrano attutire la ferocia dei nostri animi esasperati, è quasi un pugno nello stomaco risentire le parole del profeta, che annunciano con forza la venuta della giustizia in persona.
Non vorrei ripetermi: la giustizia di Dio è qualcosa di diverso dal nostro concetto di giustizia. La giustizia di Dio tocca il mio essere interiore, ed è qui, nel mio essere più profondo, che c’è il primo giudizio di quella voce divina che è la mia coscienza.
Certo, non sono confortevoli le ultime parole, con cui si chiude il brano della Messa: «Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me».
Noi, in questi giorni, ci poniamo spesso la domanda, tra l’altro anche ipocrita: quante persone resteranno sole anche in questo Natale? Forse la vera domanda è un’altra: di nuovo il Figlio di Dio resterà solo, così come quando, duemila e più anni fa, è nato in una grotta?
È la solitudine, in cui lasciamo Cristo, la causa anche della solitudine umana. Se ci sarà ancora tanta solitudine in questo mondo, ciò dipenderà se lasceremo di nuovo solo quel Figlio di Dio che si è incarnato per offrirci la salvezza, ma che invece: o rifiutiamo o trasformiamo in qualcosa di più appetitoso. La precarietà della vita è la precarietà di un Dio, che quasi ci supplica di ospitarlo, e che noi fingiamo di non ascoltare. Tanti nostri Natali sono la prova della inutilità del più grande gesto d’amore di Dio. Mi vengono in mente le parole di un vecchio parroco che, quando distribuiva le ostie consacrate, invece che: “Il corpo di Cristo”, diceva: “Cristo sprecato!… Cristo sprecato!… Cristo sprecato!…”. Usava però il dialetto: Gesù, trasà!
Anche quest’anno sarà un altro Natale sprecato?

Omelie 2014 di don Giorgio: Festività dei Santi Innocenti, martiri

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28 dicembre 2014: Festa dei Ss. Innocenti, martiri
Ger 31,15-18.20; Rm 8,14-21; Mt 2,13b-18
Nonostante sia domenica, che per il nostro rito ambrosiano non cede mai il posto ad una festività dei santi, la Liturgia celebra gli Innocenti. Anche i bambini fatti uccidere da Erode il Grande appartengono ai “comites Christi”, ovvero ai compagni di Cristo, i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.
Dico subito che l’episodio, che ci è stato tramandato solo da Matteo, merita una particolare esegesi, cioè una interpretazione che va oltre il racconto in sé, tanto più che la nostra fantasia ha aggiunto parecchio di suo. Basterebbe pensare al numero dei bambini uccisi: si è arrivato a pensare che fossero migliaia (qualcuno ha parlato di 14 mila!), quando gli storici dicono che non potevano essere più di una ventina. Infatti, secondo Giuseppe Ricciotti, storico biblista, il numero dei bambini nati a Betlemme in quel periodo, essendo circa mille gli abitanti, poteva aggirarsi intorno ai sessanta (da due anni in giù). Volendo però Erode uccidere solo i bambini maschi il numero degli uccisi è dunque, approssimativamente, di circa 30 neonati e, considerando che la mortalità infantile nel Vicino Oriente era molto alta, il numero si restringe a circa 20. Ecco perché parlavo di fantasia galoppante!
La maggioranza degli studiosi moderni nega la storicità dell’episodio, anche per il mancato riscontro nelle opere di Giuseppe Flavio, fonte principale della storia giudaica del I secolo. Altri studiosi ne accettano invece la storicità in quanto l’episodio si inserirebbe perfettamente nel carattere e nella modalità di governare che ebbe Erode, uomo crudele e sanguinario; questi, avvertendo il pericolo di un’usurpazione, non avrebbe esitato infatti ad uccidere in diverse occasioni una moglie, tre cognati, una suocera, tre figli e alcune centinaia di oppositori. Secondo Macrobio, l’imperatore Augusto, ricevuta la notizia della morte dei figli di Erode, Alessandro e Aristobulo conosciuti molto bene dallo stesso Augusto, ebbe a dire: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli»; infatti Erode, essendo giudaizzato, non mangiava carne di maiale, anche se non esitò ad uccidere i suoi stessi figli.
Detto questo, a noi interessa fare una seria esegesi biblica del testo. Che sia storico o no l’episodio, ci può interessare fino a un certo punto. La domanda vera è questa: come va letto l’episodio? come uno tra i tanti delitti compiuti da Erode il Grande?
All’inizio vi dicevo che solo Matteo ci ha tramandato l’uccisione dei bambini di Betlemme. Ed ecco il punto chiave: l’evangelista lo inserisce in un contesto “profetico”, cioè di profezie, che non va sottovalutato. Anzitutto, l’episodio viene narrato subito dopo la storia dei magi, quasi che Erode, preso in giro da loro per non essere tornati per avvertirlo della nascita del Bambino misterioso, si fosse poi vendicato facendo uccidere i bambini di Betlemme. Ma, come vedremo durante l’omelia dell’Epifania, la storia dei magi è un “midrash”, cioè non è un racconto da prendere alla lettera. Ma c’è di più.
Matteo, scrivendo il suo Vangelo ai cristiani provenienti dal mondo giudaico, continuamente ricorre alle profezie, che gli ebrei conoscevano molto bene. Qualche storico ha contato il numero di queste citazioni profetiche presenti nel primo Vangelo: sarebbero una settantina. Perché Matteo è ricorso così frequentemente alle profezie?
Lo ha fatto per collegare l’attesa d’Israele alla figura e alla parola di Gesù. Come dire: vedete, Gesù è veramente il messia atteso dai profeti. Perché non gli avete creduto? Potete ancora ricredervi.
Il brano di Matteo della Messa di oggi cita proprio due di queste profezie: la prima è di Osea, il quale al capitolo 11, primi versetti, scrive: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio». “Figlio” sta per Israele, ma il profeta ha visto qualcosa di più, di oltre: il Messia. Secondo la lettura diciamo simbolico-spirituale delle prime comunità, anche Cristo ha ripercorso alcune tappe della storia del suo popolo: una di queste era la schiavitù egiziana. Ecco la domanda: come mai Maria, Giuseppe e il bambino Gesù si erano recati in Egitto? Risposta: sono dovuti fuggire a causa della persecuzione di Erode. La persecuzione di Erode: altro tema che ricordava il faraone che ha perseguitato gli antichi ebrei, uccidendo i neonati maschi in quella notte di liberazione, per evitare che il popolo fuggisse dall’Egitto, agli ordini di Mosè.
L’episodio della strage dei bambini innocenti non viene però inventato di sana pianta per giustificare la fuga in Egitto. Qui entra in scena un’altra profezia, questa volta molto interessante. È quella di Geremia, citata sempre da Matteo, e riportata nel primo brano della Messa. «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più».
Chi era Rachele? Era la moglie prediletta di Giacobbe. Mentre, incinta del secondo figlio sta per giungere a Efrata, nel circondario di Betlemme, è scossa da un parto difficile e la sua situazione è drammatica. Scrive l’autore della Genesi: «Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-onì (“figlio del mio dolore”), ma suo padre lo chiamò Beniamino (“figlio della destra”), cioè della fortuna» (Gen 35,18).
Secoli dopo quell’evento, nel 586 a.C., davanti a Gerusalemme diroccata dall’esercito babilonese, Geremia riprende quel ricordo e lo ambiente a Rama, una località 17 chilometri a nord di Gerusalemme. A Rama erano stati concentrati dai babilonesi tutti gli ebrei che si sarebbero poi incamminati per l’esilio verso Babilonia. Su questa folla di disperati il profeta immagina che si erga la figura statuaria di Rachele; questo spettro solenne sembra piangere non più la sua morte, ma la morte degli ebrei, quelli caduti nell’assedio di Gerusalemme e quelli ora deportati. L’evangelista Matteo, in dissolvenza, riproduce la stessa scena dipinta da Geremia, ma ambientandola a Efrata, cioè a Betlemme, ove si leva il pianto delle madre dei bimbi fatti uccidere da Erode.
Mi sono dilungato forse troppo con una spiegazione di tipo esegetico del primo e del terzo brano della Messa. Adesso vi aspetterete che io faccia qualche considerazione. Non voglio però cadere nello scontato. Tanti preti avranno parlato oggi della fine tragica di tanti bambini innocenti, fatti abortire prima di nascere, uccisi dalla fame, dalla violenza, magari da madri snaturate. Senza negare le tragedie quotidiane che vedono questi piccoli vittime di una società balorda, vorrei invece soffermarmi sulle parole di conforto, che riguardano anzitutto noi adulti, che siamo i primi responsabili di ciò che succede in questo mondo.
Il Signore ripete anche a noi le parole che ha rivolto alla figura immaginaria di Rachele: «Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche… essi (gli esuli ebrei) torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza… I tuoi figli ritorneranno nella loro terra».
E, rivolgendosi poi al popolo d’Israele, rappresentato da Efraim, più volte colpito dalla punizione divina, e che per questo si lamenta, il Signore lo conforta con queste parole: «Il mio cuore (letteralmente “le mie viscere”) si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza».
Il problema del male e della sofferenza degli innocenti nessuno potrà mai risolvere, tanto meno urlando tutta la propria rabbia. Bisogna sempre guardare avanti. Il Signore ancora ci ripete: “C’è una speranza per la tua discendenza”.
Noi adulti, purtroppo, abbiamo un grosso peccato: ci sembra che il mondo finisca con noi. In fondo, non siamo che decrepiti egoisti: pensiamo solo alla terra che viene a mancare sotto i nostri vacillanti piedi. Ma il Signore ci invita a pensare alla nostra discendenza. Dobbiamo seminare, altri raccoglieranno. Certo, spetta a noi oggi seminare speranze, quelle eterne. Ma in che modo? Lamentandoci come la biblica Rachele che osserva, afflitta, la massa di disperati che vanno verso l’esilio?
Il Signore ci conforta: “I tuoi figli ritorneranno nella loro terra”. Noi siamo così ossessivamente aggrappati al nostro pezzetto di terra che la consumiamo quasi tutta, senza permettere ai figli di poterla godere, ma i figli devono già imparare che, a loro volta, dovranno lasciare in eredità la possibilità ai loro discendenti di continuare il ritmo della vita. Un ritmo che, nonostante tutto, continua di generazione in generazione.